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la copertina dell'edizione italiana di "L'odore della carta" di Ian Sansom (Tea)

la copertina dell’edizione italiana di “L’odore della carta” di Ian Sansom (Tea)

«È un miracolo d’inconcepibile complessità» scrive Herman Melville di fronte alla «più stupefacente tra le fabbriche», quella che produce la carta. Curiosamente l’autore di «Moby Dick» s’immagina una cartiera come una balena bianca che ingoia materie prime, acqua e persone. Lo ricorda Ian Sansom, il brillante inventore delle «Storie del Bibliobus di Tundrum» portate in Italia da Tea, che ora propone un suo pamphlet scritto per riscoprire e riassaporare, in modo provocatorio, «L’odore della carta». Così s’intitola il suo libro, tradotto da Flavio Iannelli, che è «una celebrazione, una storia, un’elegia» e non a caso il titolo originale è «Paper, an Elegy». Giunge proprio nel mezzo del dibattito sul tramonto di questo materiale («grazie al quale siamo diventati ciò che siamo») rispetto alla crescente egemonia dell’universo digitale. La contrapposizione tra i due mondi è tale che la nostra lingua, come ha notato Sebastiano Vassalli sul “Corriere della sera”, ha iniziato a usare l’aggettivo «cartaceo» come sostantivo. Eppure, se davvero «il cartaceo» sparisse, andrebbe perduto quasi tutto: non solo libri ma carte da gioco, tovaglioli, imballi dei telefoni cellulari, bustine del tè, perché siamo gente di carta, rammenta Sansom senza opporsi ai certificati elettronici e agli e-book ma proponendo una riflessione sulla «presenza silenziosa» di questo materiale che, nei libri, ha il potere di trasmettere la forza immateriale della parola. Ha ragione quando spiega la cultura con la metafora dell’origami: un piegare carte e dar loro significati diversi. Si può non essere d’accordo quando azzarda a dire che «è la carta a fare il Natale» ma si resta ad ascoltare le sue curiosità pagina dopo pagina. Eccone due: lo studio di animazione digitale più famoso al mondo, la Pixar di «Cars» e «Alla ricerca di Nemo», produce per ogni film 50mila disegni a mano; inoltre l’architetto Alvar Aalto realizzava fino a 5mila schizzi per i suoi edifici, che dunque si può dire fossero «costruiti con la carta».
Per tornare all’editoria, nella guerra tra edizioni librarie e multimediali forse nessuna ucciderà l’altra anche se c’è chi si scaglia, a ragione, «Contro il colonialismo digitale», titolo intrigante di Laterza con cui Roberto Casati nega che il libro di carta sia morto e che esistano «nativi digitali» affermando che invece «la lettura è stata rubata» ma il vecchio volume è insostituibile dal punto di vista cognitivo, perché «protegge e non aggredisce la nostra risorsa mentale più preziosa: l’attenzione». Le acute istruzioni per continuare a leggere del direttore dell’Institut Nicod di Parigi confermano l’idea che la prospettiva futura vedrà una convivenza tra brossure e tablet che favorirà proficue specializzazioni e ricerche di eccellenze da una parte e dall’altra. Perciò ben vengano approfondimenti come il «Manuale tipografico dedicato alla carta, alla filigrana e all’inchiostro» da parte di uno stampatore che sceglie l’eccellenza dei caratteri mobili e tirature limitate come Enrico Tallone: con esempi di carte antiche da toccare con mano, egli invita a riscoprire il bianco dell’estetica capace di accogliere il nero delle idee riproponendo, fra vari testi, le magistrali memorie del cartaio Carlo Magnani creatore di mitici fogli e di una definizione che augura lunga vita alla vecchia e cara «buona carta a mano: limpida, vellutata, che sa di pane e ha un’anima».

Roberto Cicala,
pubblicazione integrale in “Avvenire”,  26 ottobre 2013 con il titolo Non si chiuderà col tablet l’era del  cartaceo

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