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Roberto cerati parla agli studenti del Laboratorio di editoria dell'Università Cattolica nel maggio 2004

Roberto Cerati parla agli studenti del Laboratorio di editoria dell’Università Cattolica nel maggio 2004

«È una vera felicità fare il mestiere della propria passione» ama dire citando Stendhal il «piccolo monaco del libro», come Giulio Einaudi chiama il suo alter ego, l’assistente più stretto, al quale dopo mezzo secolo passa nel 1999 il testimone di presidente della casa editrice. Il novantenne nerovestito e dallo spirito candido Roberto Cerati venerdì 22 novembre 2013, quando i giornali festeggiano gli 80 anni dello Struzzo, chiude il suo ultimo libro dopo le migliaia di volumi fiutati con curiosità, promossi con passione tra i librai e, dopo aver calibrato le tirature, venduti a quel «pubblico Einaudi» creato proprio da lui, l’inventore delle prime edizioni subito in tascabile, mai tentate prima della Storia di Elsa Morante, nel ’’74, un successo arrivato in verità dopo una sua opposizione.
Il ragazzo della brughiera tra Sesia e Ticino, nato a Cressa nel 1923, va a scuola a Novara anche a piedi camminando per ore negli anni in cui Strehler esordisce in provincia, all’ombra della cupola antonelliana, con L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Proprio sul drammaturgo di Agrigento Roberto si laurea in Università Cattolica con il maestro di storia del teatro Mario Apollonio negli anni in cui il chiostro di padre Gemelli è frequentato da Testori, Turoldo e Rodari, suo grande amico e autore internazionale negli anni dell’Einaudi, vicino anche nelle idee comuniste. Il primo vero einaudiano della sua vita è però Elio, come chiama Vittorini, di cui vende il primo numero del “Politecnico” in piazza Duomo da strillone. La guerra è appena terminata e a Milano ha per caso l’incontro che segna il suo destino e la fortuna, nella sede di via Tunisia dove vede i grafici «Albe Steiner e Max Huber inginocchiati per terra a disegnare le pagine della rivista»: lì incontra Giulio Einaudi (ricorderà il primo dialogo: «Ma lei cosa fa?» «Niente». «Come niente? Venga qua») che gli affida un lavoro di vendita per corrispondenza, poi di verifica nelle librerie lombarde e quindi in treno in tutt’Italia, dove i librai lo amano e si fanno convincere a credere negli “Struzzi”, nei “Millenni” e nelle altre collane da lui amate come figli, fino a diventare il carismatico direttore commerciale pur essendo uomo schivo e di poche parole. Pavese gli sottopone i dattiloscritti, Calvino gli chiede sempre un parere sulle bozze, partecipa silenzioso alle liturgie laiche delle riunioni del mercoledì entrate nella leggenda editoriale novecentesca intorno al tavolo ovale di via Biancamano dove sta zitto. Lui parla il lunedì, quando con il “principe” Giulio (al quale dà sempre del lei ricevendo in risposta il tu) decide collana, prezzo e tirature, rifuggendo dalle corse ai numeri gonfiati dei best seller che fanno le mode ma non fanno crescere la cultura. Gli bastano pochi segni sulla carta per i collaboratori nella sua tipica scrittura minuta a mano o battendo i testi della fedele Olivetti.
Profeta riservato dell’essere e mai apparire, Roberto Cerati professa fino all’ultimo la fede nel catalogo, perché i libri devono durare, anche grazie a piccole ristampe. Come ha scritto Ernesto Ferrero, «il verbo dell’Editore si esprime attraverso l’evangelista Cerati, che lo interpreta e lo trasmette ai fedeli». Questo «san Francesco dei libri», per dirla con Guido Davico Bonino, ama passare le ferie d’agosto in interminabili letture nel silenzio di Bose, ospitato dall’amico e autore di punta einaudiano Enzo Bianchi in un ambiente agreste che gli ricorda il Piemonte della Dogliani di Einaudi e della sua campagna, all’origine della capacità di soffrire e di tenere duro con umiltà per dissodare la terra e far crescere i frutti, anche nei terreni più difficili, proprio come nell’editoria di cultura.
Altro terreno che gli piaceva coltivare negli ultimi anni è quello dei giovani, a cominciare da un incontro in Università Cattolica a Milano il 12 maggio 2004 su editoria di cultura ieri e oggi che ha segnato l’avvio per molti laureandi presenti di tesi e studi delle carte d’archivio confluiti nel volume Libri e scrittori di via Biancamano per i 75 anni della casa editrice, edito da Educatt nei “Quaderni del Laboratorio di editoria” e presentato al Salone del libro di Torino con lui seduto nelle ultime file della platea.
Una pagina internet ricorda ancora gli spunti dell’incontro in Cattolica: l’elogio della collegialità del lavoro redazionale contro i personalismi del marketing, l’attenzione alle copertine come volto, e non maschera fasulla, di un libro (con il ricordo della collana di calvino “Centopagine” impostata utilizzando un catlogo di passamanerie, fino alla bianca “Collezione di poesia” in cui la scelta di inserire una citazione del testo sulla copertina non basta e allora Bruno Munari prende un righello, una matita e traccia una semplice riga che separa titolo e citazione risolvendo il casoe inventando una grafica che ancora resiste e affascina).
«Lo stile di dedizione e di rigore assoluto», come ha ricordato Carlo Carena, di questo protagonista assoluto dell’editoria del secolo scorso lascia in eredità anche la fedeltà agli autori, che lui va a trovare fino all’ultimo: da Sciascia in Sicilia a Rigoni Stern ad Asiago e a Vassalli tra le risaie della Chimera dove volano gli aironi.
Roberto Cerati non smette mai di credere che occorre “pensare i libri” prima ancora di farli e di venderli: è la lezione di una politica ed etica editoriale ormai rarissime che insegna anche a giovani piccoli editori che incontra tra gli stand delle fiere, dove scorgere la sua immancabile Lacoste nera, le sue Clark scure e i suoi capelli bianchissimi è una boccata di ossigeno.  Infatti sa trasmettere il pensiero di Einaudi secondo cui «tra i compiti dell’editoria di cultura mi pare il recupero della felicità… Dove si è rifugiata quella felicità di fare libri?».

Roberto Cicala, in “Almanacco bibliografico”, 26 (2013)

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