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«Sembra il centro del mondo, un inferno di rumore e di caldo» è la descrizione dell’Alfa Romeo di Arese fatta cinquant’anni fa da Ottiero Ottieri, pioniere della letteratura di fabbrica. Là ammira la linea delle Giulia GT e su quelle auto «morbide e slanciate come donne» ha inizio un viaggio nei «libri che raccontano l’Italia industriale». Ci accompagnano Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo che ricompongono l’identità di una Fabbrica di carta. Così s’intitola l’antologia (Laterza, pp. 336, euro 20) che dimostra quanto la storia italiana e lombarda sia ancora legata all’industria, nonostante tutto.

Il viaggio è subito una fuga dai paesaggi delle periferie operaie e rumorose dove gli scrittori, ha scritto Elio Vittorini, non «suonano il piffero per la rivoluzione» ma raccontano i personaggi e dànno loro dignità al di là delle ideologie sindacali. È come stare dentro quadri di Sironi e Carrà ma scorgere, oltre i muri, gli «asettici inferni» dei capannoni così definiti da Vittorio Sereni. Siamo nella periferia milanese che Giorgio Bocca nel ’60 battezza come «la prima regione industriale: fabbriche per decine e decine di chilometri fino alle Prealpi». Ora sono cambiate ma da esse fuggono i giovani che, secondo un sondaggio Ipsos, «preferiscono alla fabbrica il lavoro di un call center». Allora sembra lontana «la sirena che copriva la città col sacrificio»: è un verso di Antonio Riccardi secondo cui «nell’impero delle presse / ogni impianto è un corpo pieno». L’ambiente diventa umano grazie all’utopia della «fabbrica-comunità» di Adriano Olivetti e al dibattito su riviste come “Civiltà delle Macchine”. Spesso però le grandi masse sono «comunità mancate», simbolizzate dalla visita di Ottieri all’acciaieria bergamasca di Dalmine: qui «l’azione umana si è cristallizzata in mani meccaniche giganti». Lo scrittore pensa che l’industria non possa offrire espressività ma si sbaglia: una dimostrazione è quest’antologia senza nostalgie né rivendicazioni. Tuttavia di «Vita agra» parla Bianciardi raccontando l’arrivo di un anarchico a Milano che vuole fare un attentato contro una società chimica ma viene fagocitato dai ritmi della metropoli e dall’idea che «chi non ha l’automobile l’avrà. A tutti, purché lavorino». L’aveva capito anche Il «calzolaio di Vigevano» di Mastronardi e «la signorina Carla» cantata da Pagliarani, «di anni sedici primo impiego stenodattilo all’ombra del Duomo… la civiltà si è trasferita al nord».

Il viaggio nelle fabbriche di carta avviene anche su quei treni merci narrati da Maria Corti, carichi di operai: «dentro, al posto di mucche, c’era l’ultima generazione degli antichi Longobardi», prima di diventare attori del «Rinascimento manifatturiero» che Antonio Calabrò nell’introduzione si augura essere il futuro in chiave europea. È la prospettiva di questo viaggio nell’industria alla quale la letteratura può dare memoria e speranza, pur senza certezze, soprattutto quando «la questione l’è che la pensione è troppo poca» per usare la battuta di un personaggio di Laura Pariani. Dopotutto anche a Sesto san Giovanni, ex Stalingrado d’Italia, lo spirito lombardo «continua negli angoli di verde nascosti», lontano da Breda e Falck «mimetizzate nel disordine». L’importante è non rimpiangere quando a Lambrate «la sirena di mezzogiorno buttava le operaie sui carrettini di fragole e la radio del caffè d’angolo trasmetteva i dischi di Lucienne Boyer e la pubblicità ai costumi Jantzen». Lo ricorda Leonardo Sinisgalli, ingegnere, pubblicitario della Pirelli e poeta, chiosando: «con i costumi da bagno disegnati sui cartelli pubblicitari l’estate prendeva d’assalto la periferia».

 

Roberto Cicala

(in “la Repubblica”, Milano)

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